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Il nuovo consenso della destra finanziaria




Bruno Lima Rocha, 12 giuno 2012

Per la stampa mondiale, la cosiddetta crisi è il risultato della spesa pubblica in materia di diritti e garanzie sociali. La rivista "The Economist" aveva definito pericolosa la candidatura del socialista francese François Hollande. Il presidente ora eletto rappresentava, fino ad allora, il confronto tra populismo ed austerità.

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Per la stampa mondiale, la cosiddetta crisi è il risultato della spesa pubblica in materia di diritti e garanzie sociali. La rivista "The Economist" aveva definito pericolosa la candidatura del socialista francese François Hollande. Il presidente ora eletto rappresentava, fino ad allora, il confronto tra populismo ed austerità.

Nel settembre 2008 il mondo informato assisteva ad un fenomeno che, per le strade di Madrid, si era guadagnato il soprannome di "farsa con il nome di crisi". Questo fenomeno, che nei 12 mesi precedenti non era stato altro che un prodotto di "rischio" degli agenti del casinò finanziario, si era trasformato nella "madre di tutte le bolle". La definizione parafrasava una dichiarazione un po' spaccona di Saddam Hussein, fatta all'ex-presidente George H. W. Bush e ripetuta, una dozzina di anni dopo, al di lui figlio, quando il presidente iracheno affermò che aveva il potere di affrontare la "madre di tutte le battaglie". Esiste una somiglianza tra questi due passaggi storici recenti. In politica estera, Bush Jr. ed il suo gabinetto di falchi legati al settore petrolifero (come Dick Cheney e Condoleezza Rice), avevano ampliato il concetto di Guerra al Terrorismo. A quella offensiva militare su scala globale, si accompagnò il periodo di massima espansione della "esuberanza irrazionale" dei giocatori d'azzardo della finanza. Alla fine di questo percorso Barack Obama vinse le elezioni nel novembre 2008.

In entrambi i casi il consenso era stato ottenuto sulla base di mezze verità. Nel primo caso si tratta del già studiato colpo di stato mediatico di Bush Jr. Manipolando il panico diffusosi negli USA dopo l'11 settembre, ottenne l'autorizzazione alla guerra grazie a corsie parlamentari accelerate (fast track), con l'approvazione del Patriot Act e con la creazione del Ministero degli Interni (DHS, Department of Homeland Security). La lista delle assurdità di quel periodo è stata ripresa dal cinema, come nel film Farenheit 9/11 (Michael Moore, 2004, EUA) e da un libro ormai già un classico in portoghese quale A Desintegração Americana (Record, 2006), del premio Nobel per l'economia Paul Krugman, già editorialista per il "New York Times" e quasi-pentito della globalizzazione a tutti i costi. Dopo 8 anni di Bush Jr., l'Impero aveva un terzo dell'esercito impegnato all'estero, una crisi senza precedenti ed i taglienti riflessi di una infrastruttura produttiva parassitaria basata sul capitale fittizio.

Il conto sarebbe stato pagato con la "madre di tutte le bolle". Per ovviare a questa situazione problematica, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso alla loro democrazia multirazziale (melting pot), dando vita ad nuovo Kennedy di discendenza afro-americana. Barack Hussein Obama ha fatto una campagna elettorale sentimentale, ha organizzato una transizione, i suoi primi 6 mesi di governo sono stati ispirati alla carta del post-New Deal (2nd Bill of Rights, la 2a Carta dei Diritti, di Franklin Delano Roosevelt, mai attuata), ma poi a poco a poco si è compromesso con gli usurai ed i giocatori d'azzardo del casinò finanziario. Questo patto è stato esemplarmente messo in luce nel film Inside Job (Charles Ferguson, 2010, USA), dando sostanza al concetto della teoria delle porte girevoli, facendo vedere come certi grandi squali di Wall Street hanno continuato ad occupare posti-chiave. Ne è un esempio la presenza nel governo Obama del professore di economia di Harvard, Larry Summers, uomo forte della deregolamentazione promossa da Ronald Reagan. Poco a poco i livelli di profitto dei grandi operatori finanziari sono tornati a crescere, ed il conto è stato pagato con l'astronomico capitombolo del debito interno all'Impero, e con la valanga che ha contaminato le istituzioni bancarie europee.

Oggi, quattro anni dopo, il consenso della destra finanziaria viene forgiato sull'altra sponda dell'Atlantico. Guidata da "The Economist", replicata da decine di media e di piattaforme multimediali (come Bloomberg, CNN e lo spagnolo Grupo Prisa), la stessa ed unica versione valida, la stessa idea pensabile - come ha spiegato Noam Chomsky - é stata rimodellata. Nell'ultimo trimestre del 2008 sembrava che ad essere esposta fosse la faccia peggiore del capitalismo. Ebbene no, perché tramite accordi tra i media, gli operatori finanziari e chi prende le decisioni, il conto è stato scaricato sul modello più sano all'interno di un contesto di civiltà fondato sul profitto e sulle differenziazioni sociali. Il bersaglio è diventato quindi il welfare state (o quello che ne rimane). L'argomento è semplice. I conti non tornano più per i diritti e le garanzie sociali di una popolazione che produce poco e guadagna relativamente bene. L'Europa non è competitiva rispetto ai BRIC (Brasile, Russia, Cina e India), ci vuole un patto sovranazionale, tracciato dal triumvirato composto dalla Commissione Economia Europea dalla BCE e dal FMI, ed imposto al Parlamento Europeo di Bruxelles.

Ne è un buon esempio la Francia. Il 6 maggio di quest'anno il "socialista" François Hollande ha battuto nelle urne il presidente Nicolas Sarkozy, del partito di centro-destra UMP, post-gollista. Prima che fosse ufficializzata la candidatura di Hollande per il Parti socialiste, il favorito era l'ex-direttore generale del FMI Dominique Strauss Kahn (DSK). Cioè, se il presidente francese eletto succede al controverso DSK, c'è qualche rischio di pericolo sistemico in vista. Davvero? Ebbene non per la rivista "The Economist", che ha dato l'allarme, considerando un "rischio" il fatto che il nuovo capo del potere esecutivo della seconda economia della Eurozona (la Francia, dopo la Germania) fosse molto sensibile alle pressioni "populiste" provenienti dalle piazze e dai sindacati. Le elezioni francesi e la polverizzazione nelle elezioni parlamentari greche (le cui date erano coincidenti) hanno rappresentato, secondo l'analisi della rivista, da un lato una rottura della "austerità" su cui vigila Angela Merkel (cancelliere tedesca) e dall'altro l'ingovernabilità della periferiria della Comunità Europea

Pura inversione dei fatti e delle responsabilità. Dopo 4 anni, la "farsa col nome di crisi" causerebbe l'aumento della spesa pubblica e dell'indebitamento. Il problema è che questi numeri crescono alla media della destinazione da parte dello Stato di risorse collettive per il salvataggio delle banche e degli hedge funds. Per chi vive di salario, la "austerità" pubblica implica minor reddito, l'andare in pensione più tardi e vivere senza prospettive. Ecco il nuovo consenso della destra finanziaria e dei suoi ideologhi mediatici.






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